Intervista a Bob Mischak Jr.

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Bob Mischak Sr., 1963, Raiders

Bob “Roberto” Mischak Jr. è il figlio di Robert Michael Mischak, che ha giocato G e TE nella American Football League con i New York Titans e gli Oakland Raiders e successivamente ha allenato i TE per gli Oakland/Los Angeles Raiders dal 1973 al 1987 e nuovamente durante la stagione 1994. I lettori di questo sito conoscono la mia passione per la AFL e sono davvero felice di parlare con Bob di suo padre e della “Altra Lega”. 

(NOTE: you can find the English version of this interview here)

Raiders Italia: Ciao Roberto, grazie per avermi dato l’opportunità di intervistarti. Presentiamoti ai nostri lettori. Quanti anni hai e dove vivi?

Bob_Mischak_JrBob Mischak Jr.: Grazie Mako. Che piacere conoscerti e passare un po’ di tempo a parlare della AFL e dell’epica carriera di mio padre. Questa è la mia sesta decade sulla terra e ho vissuto negli ultimi 25 anni con mia moglie Melissa ad Alameda, California, che casualmente è anche la stessa città dove i Raiders attualmente hanno la loro sede e i campi d’allenamento.

RI: che lavoro fai?

BM: Divido il mio tempo tra essere un consulente commerciale / investitore e viaggiare per il mondo. Sono stato in tutti e 7 i continenti inclusa l’Antartide e sono da poco ritornato da un viaggio nel mio 49° su 50 stati degli Stati Uniti. La mia speranza è di poter un giorno fare un viaggio nello spazio con Virgin Galactic… Vedremo!

RI: Giocavi a qualche sport al college?

BM: Quando ero alla Georgetown University (Washington, DC) ero talmente impegnato con i miei studi che ho avuto ben poco tempo da dedicare agli sport interuniversitari. Puoi considerarmi un “secchione”, comunque fin da quando ero piccolo ho sempre dedicato molta attenzione a tenermi in forma fisicamente.

RI: Qual è il tuo sport preferito? Che squadra tifi?

BM: Il football è ancora il mio sport preferito, ma non lo seguo più tanto quanto lo seguivo quando ero più giovane. Il mio interesse si limita alla visione di tanto in tanto di NFL Red Zone. Non si può non amare il “Quad Box”!

RI: Quali sono i tuoi giocatori preferiti? (puoi indicare ex giocatori o giocatori in attività)?

BM: A parte mio padre, ero un grande fan di Joe Namath, Fred Biletnikoff e Ken Stabler. Ho avuto la grande fortuna di aver passato un po’ di tempo con ciascuno di loro.

RI: Parliamo di tuo padre. Bob Mischak Sr. ha giocato a football come All American tight end ad Army e nel 2017 è stato inserito nella Army Sports Hall of Fame (video). E’ stato scelto dai Cleveland Browns nel Draft NFL del 1954 ma non ha potuto giocare perché impegnato con il servizio militare per tre anni. Tornato ai Browns nel 1957 è stato costretto a saltare la stagione per infortunio. Nel 1958 è stato preso dai New York Giants con un trade ed ha giocato come guardia titolare per la squadra che ha raggiunto la finale NFL, perdendo ai supplementari contro i Baltimore Colts. Ha saltato la stagione 1959 per una appendicectomia e nel 1960 si è unito ai New York Titans nella nascente American Football League. E’ stato votato All-Pro nel ruolo di guardia nei primi due anni di attività della AFL con i Titans (1960 e 1961) ed è stato scelto due volte per partecipare all’AFL All-Star game (1961 e 1962). Ha giocato altre tre stagioni (1963-1965) ad Oakland per i Raiders, una come tight end e due come guardia. Dopo aver chiuso la carriera da giocatore è tornato ad Army per ricoprire il ruolo di OL coach dal 1966 al 1972 e poi ha fatto parte del coaching staff dei Raiders come TEs coach dal 1973 al 1987 e nuovamente nel 1994.

Che cosa ha portato tuo padre ad unirsi alla American Football League?

BM: Ha scelto la AFL per due motivi: 1) l’eccitazione per qualcosa di nuovo 2) per una questione economica, pagavano più della NFL.

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Buffalo Bills contro New York Titans, 1962 – Art Powell (84) e Bob Mischak (67)

RI: Cosa ti ha raccontato tuo padre dei primi tre anni nella AFL? So che Harry Wismer, il proprietario dei Titans, aveva qualche problema finanziario ed anche incassare lo stipendio era una impresa.

BM: Non c’è dubbio che abbia amato il tempo passato nei Titans ed è stato sempre orgoglioso di essere uno dei giocatori originali della AFL. Vale la pena sottolineare che è stato il primo All Pro della storia dei Jets. Harry è stato un illustre annunciatore degli sport americani e certamente era un personaggio. La squadra è stata allenata da due ex giocatori e Hall of Famer: Sammy Baugh e Clyde “Bulldog” Turner. Il futuro Hall of Famer Don Maynard è passato dai Giants ai Titans insieme a mio padre, aggiungendo ulteriore spessore alla squadra. Non c’è neanche bisogno di dire che c’è un numero infinito di aneddoti relativi a quel periodo, che sono stati riportati in tanti libri e articoli.

RI: Era preoccupato che la AFL potesse fallire?

BM: Certamente, aveva qualche preoccupazione. So per certo che mia madre ne aveva! Era però una persona leale e preferiva giocare a football piuttosto che lavorare in un ufficio.

RI: Tuo padre è arrivato ad Oakland nel 1963, lo stesso anno in cui Al Davis è diventato head coach ed ha cambiato il destino della squadra. Cosa puoi dirmi del periodo in cui ha giocato con i Silver & Black?

BM: Mio padre e Art Powell sono stati due dei primi giocatori che Al Davis ha preso via trade, dai New York Jets. Così come per l’esperienza con i Titans, anche gli anni da giocatore per i Silver & Black sono stati fantastici. Giocare al Frank Youell Field, con le sue tribune senza seggiolini e le relazioni strette che si instauravano con i tifosi, è sempre stato un ricordo speciale per lui. Nel 1963 la squadra ha vinto le ultime 8 partite, finendo 10-4 e ribaltando alla grande l’1-13 della precedente stagione. Davis fu nominato allenatore dell’anno. Certamente l’arrivo di Davis ha cambiato il destino dei Raiders e del football professionistico. Allo stesso modo, il fatto che Al abbia preso via trade mio padre ha influenzato tantissimo la carriera di mio padre.

RI: Chi erano i suoi più cari amici tra i suoi compagni?

BM: Mio padre ha giocato con tantissimi grandi personaggi. Puoi associare il suo nome con quello di più di 30 Hall of Famer e di 5 vincitori dell’Heisman Trophy. E’ stato Vince Lombardi a reclutarlo per giocare ad Army e successivamente mio padre ha giocato per lui nei Giants.

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Bob Mischak (62) e Vince Lombardi (destra) con i NY Giants nel 1958

Il suo compagno di squadra a New York Roger Ellis è uno di quelli che sono rimasti in stretto contatto con mio padre. Dopo la sua carriera da giocatore Ellis è stato un agente segreto degli Stati Uniti ed è andato in pensione come tale. Ha lavorato nel team che si occupava della protezione di diversi presidenti. Prima di morire Roger mi ha dato la sua collezione completa dei game program dei NY Titans. Era una brava persona.

RI: Se ho capito bene, tuo padre annunciò la sua decisione di ritirarsi all’improvviso, durante il Training Camp della stagione 1966. Perché scelse di lasciare?

BM: Aveva subito un paio di interventi chirurgici alle ginocchia e si era reso conto che non poteva più giocare ad alti livelli. Anche se la cosa lo amareggiava, mio padre era molto realista circa la fine della sua carriera da giocatore. Non era un uomo che viveva con rimpianti.

RI: Che tipo di giocatore era? Ho letto commenti molto positivi su di lui nel libro “Crash of the Titans” di William Ryczek. Sembra che fosse molto stimato dai compagni.

BM: Bob Sr. era molto intelligente, determinato e altruista come giocatore, era un leader rispettato (capitano della squadra) e un allenatore sul campo. Era un atleta naturale, dotato di grande talento. Era molto veloce e incredibilmente forte. Vale la pena far notare che nel 1951 ha guidato la NCAA in ritorni di kickoff con una media di 31.3 yard a ritorno.

Anche se come carattere non era il tipico giocatore di football senza dubbio meritava tutti i riconoscimenti ricevuti. Il grande DL dei Boston Patriots Jim Hunt lo considerava il migliore contro cui avesse mai giocato e quando Bob è morto l’ex WR dei Raiders Morris Bradshaw lo ha definito un vincente.

RI: Centinaia di ex giocatori stanno soffrendo per le conseguenze derivanti dai colpi subiti giocando a football. Tuo padre è morto quando aveva 81 anni. Mostrava segni di decadimento che possono essere collegati a traumi alla testa subiti durante la sua carriera?

BM: Mio padre ha giocato in un’era in cui l’attrezzatura non era certamente ai livelli di oggi. Ha indossato un casco di pelle senza protezioni per il viso al liceo ed è passato al casco in plastica, sempre senza face mask, ad Army, subendo anche la rottura del naso durante una partita.

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Bob Mischak (62) alla Union (NJ) HS nel 1949 con Buck Walters (Foto: Bob Mischak Jr.)

Il suo corpo mostrava senza dubbio le conseguenze delle tante collisioni. Era tormentato dall’artrite. Negli ultimi anni di vita aveva iniziato a dare segni di perdita della memoria a breve termine e dopo l’autopsia e lo studio del suo cervello è stato ufficialmente diagnosticata la CTE (Encefalopatia traumatica cronica).

Non ha mai mostrato nessun rimpianto e non ha mai accusato nessuno per i suoi problemi di salute legati all’aver giocato a football.

RI: Ci sono stati problemi razziali quando tuo padre giocava per i Raiders? I neri e i bianchi erano trattati allo stesso modo?

BM: Gli ho chiesto di parlarmi della segregazione dei giocatori durante le trasferte e mi ha detto che quando era con i Giants nel 1958 i giocatori neri erano costretti a stare in hotel separati, lontani dal resto della squadra. E’ curioso, ma a quanto pare a detta di mio padre a quei giocatori non dispiaceva più di tanto visto che non erano soggetti al coprifuoco e alla sorveglianza degli allenatori. Erano liberi di spassarsela.

Per quanto riguarda i Raiders, Al Davis aveva una ben documentata storia di accettazione delle minoranze. I giudizi di mio padre sui suoi compagni sono sempre stati orientati verso le loro qualità e il loro carattere. Detto sinceramente, non ha mai dato peso al colore della pelle.

RI: Quando tuo padre giocava a football aveva anche un altro lavoro durante la off season?

BM: Ottima domanda! Si, ha avuto diversi lavori. Gli stipendi dei giocatori in quel periodo non si avvicinavano minimamente a quelli attuali. A mia madre piaceva ricordare alla gente che mio padre prendeva 50 dollari per una partita di preseason, o una partita di esibizione come venivano chiamate allora.

Per quanto riguarda i lavori, ha lavorato per la ditta di costruzioni del mio nonno italiano lavorando col calcestruzzo, ha fatto il supplente a scuola, è stato un intermediario finanziario, ha lavorato sulle linee di compagnie telefoniche e, più interessante di tutti, ha pulito gli interni delle cisterne di birra alla fabbrica Budweiser di Newark, NJ.

RI: Cosa pensava tuo padre della fusione tra AFL e NFL? Era a favore? So che alcuni giocatori avrebbero preferito che la AFL continuasse ad esistere e che ci fossero due leghe come nel baseball.

BM: Ha accolto bene la fusione e la vedeva come un mezzo per i giocatori di guadagnare di più. Così come per tanti altri ex giocatori della AFL era fiero di essere parte della storia di quella lega e certamente era stato felicissimo di vedere i Jets, il suo vecchio team, battere i Colts nel Super Bowl III, cosa che ha confermato la qualità della lega sia in termini di schemi che di talento.

RI: Come era il rapporto tra tuo padre e Al Davis? Puoi raccontarmi qualche aneddoto divertente?

BM: Mio padre ha avuto un rapporto con Al Davis che è durato decenni. Erano diversi, ma avevano comunque un forte rispetto reciproco.

Come nota a margine, anche io ho lavorato per la squadra durante lo storico trasferimento a Los Angeles nel 1982. Nel mio ruolo di responsabile del controllo finanziario ho lavorato a stretto contatto giorno dopo giorno con Mr. Davis. E’ stata un’esperienza veramente indimenticabile!

Per quanto riguarda aneddoti divertenti, ce ne sono tanti, ma rispondo alla tua domanda dicendo “Quello che succede al Las Vegas resta a Las Vegas”.

Mako, voglio però condividere con te questa nota… prova che “AD” davvero mandava richieste ai suoi coach dalla press box durante le partite.

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Una nota di Al Davis per i coache. (Per gentile concessione di Bob Mischak Jr.)

RI: Cosa ricordi tu personalmente di quando tuo padre giocava o allenava con i Raiders? Hai stretto amicizia con qualche giocatore?

BM: Che nostalgia! Ricordo tante cose… i giocatori e gli allenatori, le grandi partite, i Super Bowl, ovviamente le tante cose accadute. Che divertimento! Potrei andare avanti all’infinito. Sono stato fortunato a poter vivere tutto questo dall’interno in un’epoca in cui tutto era più profondo, meno commerciale, a differenza di quello che avviene ora. Davvero grandi ricordi.

Purtroppo alcuni dei giocatori di cui ero diventato amico sono morti: Todd Christensen, Derrick Jensen e recentemente David Humm. Ogni tanto incrocio qualcuno degli altri ragazzi.

RI: Tuo padre è stato un assistant coach in tutte e tre le stagioni in cui i Raiders hanno vinto il Super Bowl. Quali erano i suoi ricordi più cari? Quale Super Bowl aveva un posto speciale nel suo cuore? Come mai?

BM: Ricordo bene il suo entusiasmo per la vittoria del Super Bowl XI visto che era stato il primo trionfo e gli aveva consegnato il suo primo anello. Anche gli altri due gruppi che hanno vinto il Super Bowl gli stavano a cuore allo stesso modo. Erano tutti gruppi speciali, con tanti grandi giocatori che hanno partecipato a partite memorabili.

Mio padre era piuttosto modesto e non si vantava dei suoi successi, ma dentro di sé era molto orgoglioso di essere un Raider e di essere parte di quei tre team. Erano certamente un gruppo unico.

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Il TEs coach dei Los Angeles Raiders Bob Mischak e il TE Andrew Glover nel 1994

RI: Come descriveresti il suo stile come allenatore?

BM: Mostrava molte delle caratteristiche che aveva da giocatore: gli piaceva insegnare, era un leader, intelligente, disciplinato, orientato alla squadra e esigente. A livello professionistico parlava di meno, ma quando parlava tutti ascoltavano.

Certamente la sua personalità si sentiva. I giocatori sapevano che aveva avuto una carriera di successo e capivano che era un allenatore che li poteva rendere migliori.

Aveva un’ironia pungente. Mi hanno ricordato di una citazione relativa a prima del Super Bowl XV, quando un reporter gli stava facendo delle domande sul suo TE Todd Christensen, un personaggio particolare… Bob Sr. disse “Todd marcia al ritmo di di un diverso tamburino, tuttavia a volte riesco a sentire anche io quel tamburo”.

RI: Dalla NFL all’Europa. Cosa ha portato tuo padre ai Falcons di Monaco (secondo la sua biografia su Wikipedia è stato head coach della squadra tedesca nel 1990)?

BM: Mio padre era di stanza in Germania dopo essersi diplomato a West Point. Aveva trovato interessante la possibilità di diventare head coach in un paese dove aveva vissuto in passato e di cui parlava la lingua. Uno dei suoi assistenti era l’ex TE dei Raiders Derrick Jensen, che è morto di recente.

RI: Dopo aver fatto da assistant coach per i London Monarchs nel 1992 tuo padre è tornato nella NFL con i Raiders nel 1994 e poi è diventato head coach dei Ravenna Chiefs qui in Italia nel 1995. Come mai l’Italia?

BM: I miei genitori amavano viaggiare. Visto che la famiglia di mia madre era originaria dell’Italia la scelta è venuta naturale. Hanno amato la stagione passata a Punta Marina Terme (Ravenna) e si sono fatti tanti splendidi amici. Io sono ancora in contatto con alcuni dei giocatori dei Chiefs. Forza!

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Doris e Bob Mischak, 1984. (Per gentile concessione di Bob Mischak Jr.)

RI: Tua madre si chiamava Doris Marinelli. Sai da che parte di Italia proveniva la sua famiglia?

BM: I suoi genitori venivano da un piccolo paese chiamato Marruci di Pizzoli, che si trova a pochi chilometri da L’Aquila in Abruzzo. Sono emigrati negli Stati Uniti verso la fine della prima decade del 900, crescendo una famiglia di 9 figli nel New Jersey. Anche se avevano ancora familiari in Italia, nessuno dei miei nonni è mai tornato in visita in patria. Mia nonna non ha mai imparato a parlare inglese ed ha sempre sentito nostalgia per la vista del suo amato Gran Sasso.

RI: Tu parli molto bene l’italiano. Per quanto tempo hai vissuto in Italia e cosa facevi?

BM: Ho iniziato la mia avventura con la lingua italiana come parte della mia laurea in Affari Internazionali. Negli ultimi 15 anni io e mia moglie abbiamo passato 2 o 3 mesi all’anno a Perugia. Consideriamo l’Italia come la nostra seconda casa. Ci sono ancora membri della famiglia che vivono in Abruzzo e a Roma. Tornerò in Italia questo autunno per visitare la Basilicata, così avrò visitato tutte e 20 le regioni italiane. La mia attività di consulenza mi ha portato a collaborare con aziende e individui italiani.

RI: Come era Robert Michael Mischak come uomo, come padre?

BM: Mio padre era una persona buona. Amava profondamente sua moglie Doris. Era un uomo di grande integrità morale e la sua sincera modestia non aveva paragoni. Era una persona che sapeva sempre mettere le cose in prospettiva. Era sempre fedele a sé stesso, genuino, mai ipocrita o arrogante. Uno sapeva sempre quale era la sua opinione su di te. Era una persona con tanti interessi oltre il football. Posso spingermi fino a definirlo un uomo del Rinascimento?

Come padre ho sempre avuto per lui un grandissimo rispetto, ammirazione e soprattutto amore per lui. Io e Melissa abbiamo considerato un grande onore poter badare a lui negli ultimi cinque anni della sua vita. Ci manca davvero tanto.

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Bob Mischak Sr. con il figlio Bob Jr. nel 2013, Union HS Hall of Fame

RI: Tu vivi nella Bay Area. Hai ancora contatti con i Raiders?

BM: Come ho detto prima, io e mia moglie viviamo nella stessa città dove i Raiders hanno attualmente la sede. Si, ogni tanto sento qualcuna delle persone che ancora lavorano con la squadra.

RI: Qual è la tua opinione sul problema stadio ad Oakland e sul trasferimento dei Raiders a Las Vegas?

BM: Come mio padre, anche io sono molto realista riguardo a queste cose. Viviamo in un periodo in cui i cambiamenti avvengono molto in fretta. Le squadre NFL non sono diverse dalle altre aziende e per prosperare devono cercare le migliori opportunità economiche, anche se purtroppo questo avviene a spese della appassionata tifoseria.

Ho avuto una vita fantastica e mi sento molto fortunato di avere così tanti splendidi ricordi della carriera di mio padre con i Silver & Black sia ad Oakland che a Los Angeles. Per me i Raiders saranno sempre sinonimo della città di Oakland. Gli auguro il meglio.

RI: Un’ultima domanda… Ritieni che i giocatori della AFL vengano colpevolmente snobbati da chi vota gli Hall of Famer?

BM: E’ possibile. Purtroppo viviamo in un mondo dove il concetto di storia è considerato qualcosa accaduto pochi istanti fa. La fusione tra AFL e NFL è stata concordata nel 1966 e finalizzata nel 1970. Circa mezzo secolo è passato da quell’evento e per la mentalità moderna stiamo parlando di preistoria.

Pochi di quelli che votano per la Hall of Fame hanno legami diretti con la AFL e, poiché i giocatori AFL meritevoli di essere presi in considerazione competono con i giocatori dell’era moderna per un posto, le possibilità di essere selezionati sono probabilmente remote.

Il riconoscimento da parte della Hall of Fame può essere piuttosto politico. L’inserimento di mio padre nella Army/West Point Sports Hall of Fame ha richiesto anni e una campagna coordinata per raggiungere l’obiettivo. Posso solo immaginare quanto possa essere ancora più difficile per un giocatore della AFL di 50 o più anni fa ottenere il riconoscimento dei votanti NFL. In bocca al lupo!

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